Business Pills: l'antipasto gourmet di Road To The Future
Dallo sfratto di Wikipedia ai piani per la superintelligenza: perché stiamo delegando la realtà (e la creatività) agli algoritmi.
Questa è Business Pills, la costola agile (e un po’ sfrontata) della nostra newsletter mensile Road To The Future.
Qui non troverete tutto, ma una selezione ragionata di news per navigare nel futuro senza finire fuori strada. Consideratelo un antipasto gourmet prima della portata principale.
Avete spunti o visioni profetiche da condividere per la prossima edizione? Mandate un segnale di fumo (o più comodamente una e-mail) a: redazione@mforward.it.
AI Overviews sbaglia 1 volta su 10: ma tutto bene, dai
Uno studio commissionato dal New York Times alla startup Oumi ha testato oltre 4.000 ricerche su Google, scoprendo che gli AI Overviews rispondono correttamente il 91% delle volte con Gemini 3, in miglioramento rispetto all’85% di Gemini 2. Tranquilli, quindi: solo 1 risposta su 10 è sbagliata. Peccato che, alla scala globale delle ricerche Google, questo si traduca in centinaia di migliaia di informazioni false al minuto. Ma c’è di meglio! Migliorare l’accuratezza ha peggiorato la verificabilità: con Gemini 3, il 56% delle risposte corrette non è supportato dalle fonti citate, rispetto al 37% della versione precedente. Quindi Google fa progressi nel dare risposte giuste senza spiegare perché siano giuste. Un approccio filosofico, quasi zen. Tra le fonti più citate dall’AI figurano Facebook e Reddit. Perché chi meglio di un post di Facebook può informarci sulla storia della musica classica?
Sfratto esecutivo per l’Intelligenza Artificiale
Wikipedia ha deciso di vietare gli articoli scritti dall’Intelligenza Artificiale, stanca di dover rincorrere “allucinazioni” digitali e fatti storici decisamente troppo creativi. Una mossa che suona come uno sfratto esecutivo per gli algoritmi, rei di voler sostituire la sudata ricerca umana con un click un po’ troppo pigro. Pare proprio che l’enciclopedia più famosa del web preferisca un errore commesso da un utente in carne ed ossa ad una perfezione sintetica che spesso inventa tutto di sana pianta. Cari algoritmi, rassegnatevi: la conoscenza resta un affare privato tra noi umani, con tutti i nostri gloriosi ed imprecisi limiti. Due sole eccezioni: l’AI potrà essere utilizzata per le traduzioni e per apportare modifiche minori.
Il prossimo prompt è un intero talk show
OpenAI ha deciso di fare sul serio anche nel settore dei media, acquisendo un noto talk show tecnologico (TBPN) per dare voce diretta alle proprie ambizioni. Non si tratta più solo di addestrare modelli di linguaggio, ma di gestire la narrazione in un ambito dove l’opinione pubblica pesa ormai quanto un buon algoritmo. La mossa di Sam Altman suggerisce il desiderio di uscire dai laboratori per entrare nei salotti digitali, forse convinto che per spiegare il futuro serva ancora un pizzico di curatela editoriale umana. È un’operazione strategica che fonde tecnologia ed intrattenimento, che solleva però una piccola curiosità: le prossime interviste saranno ancora spontanee o seguiranno un prompt perfettamente ottimizzato? In fondo, possedere il palcoscenico resta il metodo più efficace per assicurarsi che il messaggio arrivi senza troppe interferenze.
Il romanzo è servito
Il dilemma sollevato dal New Yorker ci sbatte in faccia una realtà scomoda: il “sacro tormento” dell’autore sta cedendo il passo a un prompt ben assestato. Se prima ci si disperava davanti al foglio bianco, oggi un ghostwriter “artificiale” ci consegna trame chiavi in mano senza chiedere royalty. Paradossale: una macchina che non ha mai sofferto può descrivere un cuore spezzato meglio di un esordiente pigro, saccheggiando miliardi di pagine scritte da chi il dolore lo ha provato davvero. Il rischio è una letteratura “mediamente perfetta”, priva di quelle sbavature umane che rendono un libro vivo. Forse, in futuro, l’unico modo per dimostrare di essere veri scrittori sarà pubblicare bozze piene di refusi ed aggettivi fuori posto, rivendicando con orgoglio la nostra splendida mediocrità biologica contro l’algoritmo impeccabile. Scrivere non è mai stato così facile, eppure non è mai stato così difficile capire chi stia tenendo davvero la penna.
Basta il tono giusto
Sembra che il nostro cervello stia andando in vacanza, e i dati dell’Università della Pennsylvania confermano che il biglietto è di sola andata. Uno studio su 1.372 partecipanti e oltre 9.000 test ha rivelato che siamo pronti a una vera “resa cognitiva” di fronte agli algoritmi. Il dato è quasi imbarazzante: anche quando l’Intelligenza Artificiale è stata programmata per sbagliare nel 50% dei casi, l’80% degli utenti ha continuato a fidarsi ciecamente. Non importa se la risposta è palesemente assurda, basta che sia scritta con quel tono fluente e sicuro di chi sembra sapere il fatto suo. Gli scienziati avvertono che stiamo perdendo l’abitudine di dubitare, diventando spettatori passivi e un po’ ingenui del nostro stesso intelletto.
Normare l’inevitabile
OpenAI sta già disegnando la planimetria per un mondo dominato dalla “superintelligenza”, quello scenario in cui il codice diventerà più sveglio dell’intera umanità messa insieme. Tra le nuove proposte spiccano tasse più alte sui capital gain per finanziare ammortizzatori sociali e la creazione di un fondo d’investimento pubblico per l’AI. Sam Altman sogna una sorta di agenzia internazionale, una versione digitale dell’AIEA, per monitorare i cervelloni elettronici prima che decidano di fare di testa propria. È quasi poetico come stiano fabbricando l’incendio e l’estintore contemporaneamente, mettendoci in guardia dai rischi catastrofici mentre premono sull’acceleratore. Il piano prevede persino un “input democratico” per istruire l’etica delle macchine, sperando che la saggezza collettiva del web sia meglio di un errore di sistema. L’obiettivo è normare l’inevitabile, trasformando quello che sembra un film di fantascienza in una complessa e un po’ grigia questione di politica industriale.
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