Business Pills: l'antipasto gourmet di Road To The Future
Quando l’AI smette di essere una novità e diventa infrastruttura quotidiana, il vantaggio competitivo si sposta su chi controlla, verifica e protegge i propri dati.
Ciao a tutti!
C’è una parola che negli ultimi giorni è tornata a bussare con insistenza: “controllo”. Non quello orwelliano da film di fantascienza, ma quello molto più pratico e molto più noioso: chi possiede i dati, chi li verifica, chi decide chi può leggerli e chi deve pagare per farlo. Una manciata di notizie arrivate quasi in contemporanea raccontano la stessa storia da angolazioni diverse.
Cloudflare ha deciso di sbarrare per default la strada ai crawler che fingono di fare ricerca ma in realtà addestrano modelli o agiscono per conto di un agente. HubSpot ha imparato a proprie spese cosa succede quando provi a condividere i dati dei clienti senza chiedere il permesso. Guideline ha lanciato uno strumento che misura quanto le aziende spendono davvero in pubblicità dentro ChatGPT e Perplexity, invece di fidarsi dei numeri che quelle piattaforme si autoassegnano. Amazon ha chiuso le iscrizioni a Mechanical Turk, il servizio che per vent’anni ha spacciato il lavoro umano per Intelligenza Artificiale, proprio mentre l’Intelligenza Artificiale vera lo ha reso superfluo. E Zeta Global ha pubblicato una ricerca che dice una cosa quasi controintuitiva: i consumatori si fidano dell’AI per farsi consigliare cosa comprare, ma quando arriva il momento di pagare tornano quasi sempre sul sito web del brand.
Messe una accanto all’altra, queste cinque storie disegnano l’estate in cui il vero capitale non è l’Intelligenza Artificiale in sé, ma chi riesce a dimostrare di avere dati puliti, verificati e sotto il proprio controllo.
Buona lettura.
Cloudflare chiude la porta ai crawler tuttofare
Da metà settembre, Cloudflare bloccherà di default i crawler “ibridi”, quelli che con la stessa identità digitale fanno indicizzazione per i motori di ricerca, raccolgono contenuti per addestrare modelli e rispondono in tempo reale per conto di un agente AI. La regola vale sulle pagine con pubblicità e riguarda in particolare Google, il cui Googlebot fa contemporaneamente ricerca e training senza distinzione. Se un sito blocca l’addestramento, blocca anche l’indicizzazione, che è un problema non da poco per chi vive di traffico organico. Parallelamente Cloudflare trasforma il proprio servizio di pagamento per gli accessi in un sistema che paga gli editori quando il loro contenuto genera davvero valore in una risposta AI, non solo quando viene scaricato. Chi gestisce un sito aziendale dovrebbe controllare fin da subito le impostazioni sui bot, perché tra qualche mese il default cambierà da solo, e restare fuori dagli indici di ricerca per errore è un modo molto costoso per scoprire l’importanza di leggere le proprie impostazioni di sicurezza.
HubSpot, l’apologia più veloce del software as a service
All’inizio del mese, HubSpot ha cambiato i termini di servizio per permettere ai dati di arricchimento di un cliente di finire in un bacino condiviso a beneficio di altri clienti, competitor compresi. L’iscrizione era automatica, il permesso andava tolto, non dato. La community ha reagito in poche ore, i partner storici hanno minacciato di cambiare CRM, e il 5 luglio l’azienda ha fatto marcia indietro, con tanto di scuse pubbliche del fondatore. La cosa buffa è che HubSpot aveva chiamato quel meccanismo “opt-in” pur avendolo costruito come “opt-out”, il che è un po’ come chiamare vegetariano un piatto di carne perché c’era anche il contorno di verdure. La strategia di fondo, però, resta in piedi: prima o poi un bacino dati condiviso tornerà, con un vestito più gentile. Chi lavora con un CRM o con qualsiasi piattaforma che gestisce dati proprietari farebbe bene a rileggere le condizioni contrattuali quando cambiano, e a chiedere esplicitamente al fornitore cosa succede ai propri dati quando vengono usati per “migliorare il prodotto per tutti”.
Chi spende davvero in pubblicità dentro l’AI
Guideline ha esteso il proprio set di dati per tracciare, con numeri di transazione reali e non stime, quanto le aziende investono in pubblicità su piattaforme come ChatGPT e Perplexity, un mercato che vale circa duecento miliardi di dollari l’anno a livello globale. È un dettaglio tecnico che nasconde un problema molto più concreto: fino a oggi chi voleva capire quanto rendesse investire su queste piattaforme doveva fidarsi soprattutto dei numeri forniti dalle piattaforme stesse, il che equivale a chiedere al panettiere quanto è fresco il pane. Con le ricerche a zero click ormai oltre il sessanta per cento del totale su Google, capire dove va davvero il budget pubblicitario e come si confronta con i canali tradizionali diventa un esercizio di sopravvivenza contabile più che di curiosità accademica. Prima di spostare budget verso l’advertising nelle risposte AI, vale la pena chiedere benchmark verificati e non semplicemente le proiezioni della piattaforma che vuole vendere lo spazio.
Il lavoro umano che si stava già estinguendo da solo
Amazon ha annunciato che, dal 30 luglio, Mechanical Turk, il servizio che dal 2005 pagava persone per svolgere piccoli compiti che le macchine non sapevano ancora fare, non accetterà più nuovi clienti. Il nome, ispirato al celebre automa scacchista ottocentesco che nascondeva un uomo dentro la scatola, era già una dichiarazione d’intenti: “Intelligenza Artificiale Artificiale”, la chiamava Bezos. L’ironia è che il colpo di grazia non arriva solo dai modelli AI che oggi svolgono quei compiti meglio e più in fretta, ma anche dai lavoratori stessi, tra un terzo e quasi la metà dei quali, secondo uno studio del 2023, usava chatbot per completare i compiti pensati per verificare l’intelligenza umana. Il cerchio si chiude su se stesso. Per chi usa panel di questo tipo per sondaggi, test di prodotto o ricerche di mercato, è il momento di chiedersi quanto di quei dati “umani” fosse in realtà generato da un modello, e di orientarsi verso fornitori con controlli di qualità più severi.
I clienti si fanno solo consigliare dall’AI
Una ricerca di Zeta Global su duemila consumatori americani racconta che il 70% di chi usa l’AI per fare acquisti preferisce comunque completare la transazione direttamente sul sito del brand, non dentro il chatbot. Più della metà, inoltre, sceglierebbe un’esperienza AI costruita dal brand stesso piuttosto che uno strumento generico, percentuale che sale tra i più giovani. L’AI, insomma, sta diventando il nuovo modo di scoprire e valutare i prodotti, ma il momento della fiducia e del pagamento resta saldamente ancorato al canale proprietario. Per le aziende è un’indicazione chiara su dove investire: non basta comparire bene nelle risposte generiche di un assistente qualunque, serve costruire un’esperienza diretta solida, perché è lì che il cliente finisce comunque per tornare.



