Immaginate questa scena: Dolly Parton in abito luccicante, a braccetto con Tim Curry vestito da Frank-N-Furter, davanti alla reception del paradiso. Parton si rivolge a Dio, che sta dietro il bancone, e gli dice che il suo accompagnatore l’aveva scelto proprio bene.
Secondo l’inchiesta di Andrew Deck su Nieman Lab, questa vignetta ha fatto il giro dei social nei giorni successivi alla morte dei due artisti, a fine agosto. Un solo tweet ha raccolto 25.000 like, e diverse versioni della stessa immagine sono comparse su Facebook, Instagram e Bluesky. In basso a destra c’è una firma: BLOPER, lo pseudonimo di Brendan Loper, vignettista del New Yorker. Loper, però, quella vignetta non l’ha mai disegnata. L’ha generata ChatGPT, e a pubblicarla per prima su Facebook è stata una fan di Dolly Parton, che nei commenti scrive di aver chiesto al chatbot, semplicemente, una “vignetta in stile New Yorker”. Della firma, nella sua richiesta, non c’è traccia.
Loper racconta di aver scoperto la cosa dalle persone: prima un messaggio del fratello gemello, il cui amico aveva visto l’immagine, poi e-mail e DM di sconosciuti che gli chiedevano se fosse roba sua. Non era la prima volta. A maggio, qualcuno lo aveva avvertito su Instagram che il suo pseudonimo era comparso in un’immagine uscita da ChatGPT, e durante l’estate ne aveva trovate altre in un forum Reddit dedicato al chatbot, dove gli utenti postavano vignette in stile New Yorker. Lui sapeva già che il suo lavoro era finito nei dataset di addestramento, ma vedere la sua firma contraffatta gli ha fatto un altro effetto. Il suo nome, dice, è il suo nome, e l’ha vissuta come una violazione della sua persona.
Perché la firma pesa più di quanto sembri
Chi lavora con i contenuti conosce il problema: le vignette finiscono staccate dal contesto, rimbalzano su blog e social senza licenza, e a un certo punto nessuno sa più chi le ha fatte. In questo caos la firma funziona da filigrana. Loper la descrive come il suo certificato di autenticità: la mette solo sui lavori che vuole siano riconosciuti come di sua mano, e la considera a tutti gli effetti un marchio.
In altre parole, un marchio personale, costruito in anni di lavoro, viene applicato da una macchina a contenuti che il titolare non ha prodotto e magari non apprezzerebbe. Se la battuta è pessima, e secondo Deck spesso lo è, a risponderne agli occhi del pubblico è il nome in calce.
Deck scrive che nei forum online ci sono decine di immagini con le firme di altri nomi noti del magazine: Harry Bliss, Emily Flake, Joe Dator, Pat Byrnes, Peter Vey, Jason Adam Katzenstein. Nei suoi test personali ChatGPT ha prodotto vignette firmate anche con i nomi di George Booth, Liza Donnelly, Ellis Rosen e Saul Steinberg. In totale ha documentato più di 15 vignettisti del New Yorker le cui firme sono state usate senza permesso né compenso. Alcune firme appartengono ad autori di decenni fa, come Warren Miller, che pubblicava negli anni Sessanta.
Quello che l’articolo descrive davvero bene è l’aspetto delle immagini. ChatGPT sa riprodurre i tratti riconoscibili della casa: vignetta singola in bianco e nero, sfondo scarno, linea pulita, didascalia sardonica, o almeno un’imitazione. Certe battute non hanno senso. Emily Flake, al New Yorker dal 2008, ha visto vignette firmate “e. flake“ e ha detto di riconoscere il DNA del suo lavoro senza però sentirlo come qualcosa che ha disegnato lei, un cugino lontano. Più che il tratto, a darle fastidio è la firma: per lei è come vedersi attribuire una frase che non ha mai pronunciato.
Pat Byrnes ha un dettaglio che vale tutto l’articolo. Dal 1998, quando uscì la sua prima vignetta sul New Yorker, firma “P. Byrnes.“ con un punto finale, fin da quando disegnava da ragazzo. Lo racconta come se firmasse una lettera, un dono da accettare o rifiutare. Nelle oltre dodici vignette di ChatGPT che Deck ha trovato con il suo nome, ogni firma finisce con quel punto.
La risposta di OpenAI
Un portavoce di OpenAI ha dichiarato che l’azienda crede in un futuro in cui la creatività sia fondamentalmente umana, che punta a costruire strumenti per aiutare i creatori e che apprezza le segnalazioni di bug e comportamenti “anomali” dei modelli. Dopo la segnalazione di Deck, ChatGPT ha cominciato a rispondere alle richieste di vignette in stile New Yorker con un avviso: il prompt potrebbe violare le regole sulla somiglianza con contenuti di terze parti. Eppure, al momento della pubblicazione, continuava a firmare alcune vignette generiche con nomi di vignettisti reali.
Due cose vanno dette con chiarezza. La dichiarazione è generica, e non conferma che il comportamento sulle firme sia un bug, né spiega da dove nasca. E OpenAI ha rifiutato di rispondere alle domande su come i suoi modelli possano aver trafugato le firme dagli archivi del New Yorker.
Facciamo un passo indietro. Nel 2024 Condé Nast, editore del New Yorker, ha firmato con OpenAI un accordo pluriennale di licenza su gran parte dei suoi contenuti. I termini non sono pubblici. Un portavoce del magazine ha detto a Deck che Condé Nast non ha mai concesso a nessuno sviluppatore di modelli linguistici il permesso di addestrarsi sulle vignette, e che l’uso del logo del New Yorker accanto alle vignette generate non è ammesso in nessun accordo di questo tipo.
Anche volendo, il contratto standard dei vignettisti lascia poco margine. Sono freelance, mandano le proposte e vengono pagati solo se la vignetta viene scelta. Deck ha esaminato diversi contratti tipo e nessuno prevede licenze per l’addestramento di AI. Il magazine ha un diritto di prima pubblicazione, ma non siamo davanti a un “work for hire“. Insomma, il copyright resta all’autore.
Resta l’ipotesi che le firme siano state raccolte dal web. Deck la formula come possibilità, non come fatto accertato. Per dare contesto richiama i documenti del processo New York Times contro OpenAI, resi pubblici il mese scorso, secondo cui l’azienda avrebbe aggirato consapevolmente i paywall degli editori, e dei memo interni di Microsoft, non più oscurati, che definivano il furto di lavoro nell’addestramento come il più grande della storia. Cita anche un memo di Jack Clark, all’epoca responsabile policy di OpenAI e poi co-fondatore di Anthropic, sul rischio che i sistemi di Intelligenza Artificiale “creativa” finiscano per sostituire il lavoro di chi definisce la cultura di una società.
Attenzione però: queste carte riguardano le pratiche di addestramento in generale. Nessuna di queste fonti, parla delle vignette o delle firme. Collegarle al caso resta un’inferenza di contesto, utile ma non una prova. Chi scrive su questo tema dovrebbe tenerlo separato dai fatti: non esiste, ad oggi, un documento citato che dica come le firme siano entrate nel modello.
Impersonificazione, non solo copyright
I vignettisti sentiti da Deck parlano soprattutto di identità. Katzenstein, che pubblica sul New Yorker dal 2014, definisce il risultato un “pastrocchio” che finge di essere lui, una cosa diversa dalle altre schifezze generate perché porta il suo nome. Dator, vent’anni di collaborazione con la rivista, dice che quando gli hanno clonato la carta di credito si è sentito meno violato di adesso.
Sul piano giuridico, secondo Deck, la giurisprudenza americana è in ritardo sui generatori di immagini, e i tribunali tenderanno a trattare le due questioni come separate. James Grimmelmann, docente di diritto digitale alla Cornell Law School, spiega che la firma indica autenticità, ma l’attribuzione pesa poco nella valutazione di fair use. Il problema vero per una causa di copyright è che ChatGPT, in questi esempi, non riproduce una vignetta specifica: imita uno stile generale, e lo stile di per sé è difficile da proteggere.
Una strada alternativa è il “right of publicity“, un insieme di leggi statali che tutela nome e identità dall’uso non autorizzato. Servirebbe però dimostrare uno scopo commerciale, e Deck scrive di non aver trovato prove di compravendita di queste immagini. Altre cause di illustratori contro generatori di immagini esistono: quella guidata da Sarah Anderson contro Stability AI, DeviantArt e Midjourney va avanti dal 2023, ma nell’atto non ci sono riferimenti alle firme. Nell’articolo viene citato anche il precedente di Anthropic: nel 2024 Katzenstein era tra i membri della class action dell’Authors Guild, perché le sue vignette erano in un’antologia di HarperCollins finita tra i testi piratati. Il giudice ha stabilito che l’addestramento era fair use ma che scaricare e conservare copie pirata era violazione di massa, e a luglio un tribunale federale ha approvato un accordo da 1,5 miliardi di dollari.
I risvolti economici di tutta questa storia sono forse i più solidi. Deck ricorda che il Baltimore Sun ha licenziato l’anno scorso Kevin Kallaugher, finalista al Pulitzer, che per oltre trent’anni aveva pubblicato vignette sul giornale, e che dall’inizio di quest’anno pubblica regolarmente vignette generate con Intelligenza Artificiale nella sezione opinioni. Secondo Deck, lo strumento di verifica delle filigrane di OpenAI indica che sono state create con prodotti dell’azienda. Il presidente dell’associazione dei vignettisti editoriali americani ha scritto una lettera aperta di condanna. Il New Yorker non ha preso questa strada, ma nessuno dei collaboratori sentiti dichiara di campare solo con le vignette vendute alla rivista. Per loro la rivista è un biglietto da visita che porta lavoro, illustrazioni per libri e altri incarichi. Ed è proprio questo secondo strato di lavoro, dicono, il più minacciato.




