L’Australia vuole restituire agli utenti il pulsante per spegnere l’algoritmo. O almeno ci prova, con un disegno di legge che promette di trasformare il rapporto tra piattaforme social e cittadini in qualcosa di più simile a una scelta e meno a un destino ineluttabile. Il governo Albanese ha presentato la bozza del “Digital Duty of Care“, una legge che impone alle grandi piattaforme di ridurre i danni prevedibili causati ai loro utenti, pena multe che superano i 100 milioni di dollari australiani. Non proprio uno scherzo, considerando che parliamo di aziende abituate a trattare le sanzioni regolatorie come una voce di bilancio prevedibile tra le tante.
Il cuore mediatico della proposta, quello che ha fatto notizia un po’ ovunque, riguarda gli algoritmi di raccomandazione. Se il testo dovesse passare così com’è, piattaforme come TikTok, Instagram o Facebook sarebbero obbligate a inviare una notifica push a ogni account chiedendo esplicitamente se l’utente vuole ricevere contenuti scelti da un algoritmo oppure preferisce vedere solo ciò che pubblicano gli account che segue. Un feed cronologico, insomma, contro uno costruito per tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile.
La ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha battezzato l’iniziativa “My Feed, My Way“ e ha tenuto a precisare che la scelta si potrà cambiare quante volte si vuole, avanti e indietro, perché molte persone, ha ammesso lei stessa, finiranno comunque per preferire l’algoritmo. Il che è probabilmente vero e dice più sulla natura umana che su qualsiasi legge possa scrivere un parlamento.
Il resto della bozza è più tecnico, ma altrettanto significativo. Per i minori di 18 anni le piattaforme dovranno impedire la diffusione di contenuti che promuovono disturbi alimentari, materiale misogino, pornografia, glorificazione di reati, bullismo e qualunque cosa possa arrecare un “danno grave“. Per gli adulti l’elenco si restringe a cose già penalmente rilevanti: abuso su minori, violenza sessuale, minacce finalizzate a causare danno grave, sostegno a organizzazioni terroristiche, istigazione al suicidio. E per chi ha meno di 16 anni la legge andrebbe oltre la semplice possibilità di scelta: gli algoritmi personalizzati e lo scroll infinito verrebbero disattivati d’ufficio, come ulteriore livello di protezione sopra il divieto di accesso ai social già in vigore per quella fascia d’età.
Il primo ministro Albanese ha insistito sul fatto che l’iniziativa «non riguarda il controllo del governo» sui contenuti, quanto piuttosto la possibilità per gli australiani di riprendersi un po’ di controllo personale. Frase che suona bene in conferenza stampa, ma che l’opposizione ha subito rispedito al mittente. La ministra ombra delle Comunicazioni Sarah Henderson ha definito la bozza una minaccia diretta alla libertà di espressione, contestando in particolare il potere che il testo assegnerebbe al ministro di turno di aggiungere per regolamento nuove categorie di danno, senza dover tornare ogni volta in parlamento. A suo avviso, qualunque danno riconosciuto dovrebbe essere scritto esplicitamente nella legge e non lasciato alla discrezionalità dell’esecutivo. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il leader dei Nazionali Matt Canavan, che si è detto scettico all’idea di affidare a un governo il potere di decidere cosa la gente può leggere sul proprio telefono.
Wells ha risposto punto per punto, escludendo categoricamente che la legge possa mai trasformarsi in uno strumento per controllare la disinformazione online e ricordando che meccanismi simili di regolamentazione delegata esistono già altrove nell’Online Safety Act. Per rendere concreto il tipo di minaccia che la norma vorrebbe intercettare, ha citato il caso di Grok usato per generare immagini deep fake di persone reali denudate, un esempio di “nuovo” danno che difficilmente il parlamento avrebbe potuto prevedere in anticipo, e che, a suo modo di vedere, giustifica la necessità di uno strumento regolatorio più agile. Ha anche ricordato che eventuali modifiche introdotte per via regolamentare potrebbero comunque essere bloccate dal Senato, il che attenua parecchio l’immagine di un ministro con pieni poteri disegnata dall’opposizione.
Le reazioni fuori dal recinto dei due grandi partiti raccontano un dibattito più sfumato. La senatrice indipendente Jacqui Lambie ha chiesto misure ancora più severe, sostenendo che sia arrivato il momento di mettere - testuali parole - un guinzaglio alle big tech, e ha proposto di rendere obbligatorio l’opt-in per gli algoritmi anziché lasciarlo come opzione. I Verdi, con la senatrice Sarah Hanson-Young, hanno definito la proposta un passo avanti ma insufficiente, promettendo di negoziare duramente durante la fase di consultazione.
Sul fronte opposto, quello di chi la battaglia sugli algoritmi la combatte da anni, Chanel Contos, fondatrice della campagna “Fix Our Feeds“, ha accolto con favore la bozza, rivendicando per l’Australia un ruolo di apripista globale sulla regolamentazione online, affermazione che vale la pena di prendere con una certa cautela visto che arriva da chi quella battaglia l’ha promossa in prima persona. A sostenere pubblicamente l’iniziativa c’erano anche Wayne Holdsworth, che ha perso il figlio Mac per suicidio nel 2023, e il direttore della Butterfly Foundation Jim Hungerford, secondo cui i feed pieni di contenuti ossessionati dal peso corporeo restano tra i principali fattori di innesco dei disturbi alimentari tra i più giovani.
Vale la pena ricordare che si tratta, per ora, solo di una bozza e non di una legge approvata. Il testo dovrà attraversare molteplici negoziati prima di arrivare ad una versione definitiva, ed è più che probabile che qualche angolo verrà smussato lungo il percorso, magari proprio quello relativo ai poteri discrezionali del ministro che tanto preoccupa l’opposizione. Nel frattempo, l’Australia continua a costruirsi la reputazione di laboratorio regolatorio più aggressivo del mondo occidentale su tutto ciò che riguarda minori e piattaforme digitali, dopo il divieto di accesso ai social per gli under 16 e le pressioni già in corso su Roblox.
Resta da vedere se la scelta tra “algoritmo sì o algoritmo no” cambierà davvero le abitudini di qualcuno, o se finirà, come previsto dalla stessa Wells, per essere ignorata dalla maggioranza delle persone che tanto si lamentano dei social quanto continuano a “scrollarli” senza sosta.




L'Australia sempre in prima linea...
Questa è davvero un’ottima idea